Un po’ di sfiga in meno non guasta mai


Sa Bunza
Sa bunza, amuleto sardo portafortuna

Superstizione, malocchio e amuleti… rinunciare a un po’ di sfiga, fa sempre bene!

Come in tante regioni d’Italia (più in quella meridionale, forse!) e in altrettante zone del mondo, anche in Sardegna si parla di metodi per scacciare il malocchio, lascito di chi volente o nolente ha provato una sorta d’invidia verso malcapitato.

Alla richiesta: “Zia, mi insegni a preparare quel dolce…”
Zia di turno: “No, no stedda mea, non lu focciu più palchì m’hanni postu l’occhi!” (No, no bambina mia (inciso: vale sempre, anche quando hai 40 anni!)non lo faccio più perché mi hanno messo gli occhi addosso!).
Ciò implica che, secondo la credenza, quel dolce non lieviterà, si brucerà, ecc..Insomma meglio lasciar perdere!

Questa è una delle tante conversazioni in cui ci si imbatte ancora oggi.

Capita anche di stringere la mano a un’anziano, che risponde con una stretta lenta e poco decisa, per paura che gli venga “posto il malocchio”.

Allora quali sono i metodi per allontanare questo sortilegio?
Dai piatti fondi con acqua, sale e macchie di olio d’oliva che galleggiano e si rompono, si passa al corallo che da sempre è considerato il portafortuna isolano se incastonato in ciondoli, anelli, orecchini o in chissà che altre opere di abili orefici.

C’è poi “sa sabegia” meglio conosciuto come “su coccu”, una sfera di ossidiana nera tenuta da riccioli e ricami di oro o argento, che spesso si trasforma in una spilla.
Se si fa un salto indietro nel tempo c’è “sa pungas”, che abbiamo ritrovato e riscoperto in un mercatino a Santa Teresa di Gallura, dove una ragazza vendeva questi particolari amuleti, trasformati in ciondoli, e ne raccontava la storia.

Sa pungas era un piccolo sacchetto si stoffa, realizzato – di solito dalle nonne o dalle anziane della famiglia – forse con pezzi di stoffa rimasti da un rammendo o un ritaglio.
Il suo significato, stava a metà strada tra il sacro e il profano; all’interno si mettevano 3 chicchi di riso, 3 germogli di grano oppure su breve (la preghiera).

Si metteva nella culla dei bambini appena nati o in alcuni casi si donava alla futura mamma, che lo indossava magari tenuto da una spilla da balia, nascosta sotto la camicia.

I colori ricordano l’abito tradizionale sardo e non può mai mancare un nastrino verde ne un ciondolo cucito sul fronte del sacchetto.

Portarlo al collo oggi rievoca un tempo passato, le mani delle nonne disegnate dalle rughe e l’arte della manualità di un tempo.

 

 

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