La storia del filu ‘e ferru


Limpido e trasparante, dal sapore avvolgente e deciso è il più famoso distillato sardo, il filu ‘e ferru. Di solito fa la sua comparsa sulla tavola a fine pasto, adempiendo così al suo ruolo di digestivo.

Molti ne conoscono il sapore e la gradazione che spesso supera i 40 gradi, pochi invece ne conoscono la sua storia.
Il filu ‘e ferru, letteralmente “fil di ferro”, è conosciuto anche come abbardente, letteralmante “acqua ardente”; si tratta di un distillato d’uva e tra i più pregiati vi è quello prodotto con le vinacce di Vernaccia.

L’Oristanese e la Barbagia custodiscono tra i loro suggestivi e aspri paesaggi, la migliore ricetta di Filu ‘e ferru, ma la sua storia appartiene a tutta l’isola.

Quando ai tempi della seconda guerra mondiale, i contadini producevano clandestinamente il pregiato distillato nelle loro case, nascondevano alambicchi e bottiglie sotto terra, dopo aver scavato una buca nel luogo più riposto delle proprie campagne.
Per ricordare dove avevano nascosto il l’inebriante bevanda, lasciavano uscire dal terreno fili di ferro a segnalare il punto esatto e da qui ne deriva il nome.

Assaporarne un bicchiere è cosa assai doverosa quando si passa da queste parti, ma attenti a farne buon uso, potreste rivelare preziosi segrati, a fine serata.

 

 

Donne e pane


Il pane in Sardegna è da sempre considerato un cibo sacro.
Al tempo del Nuraghe, per segnare e decorare il pane si usavano simboli e figure geometriche, scolpite su timbri di ceramica e terra cotta, che presero il nome di Pintaderas, oggi riprodotte sui gioielli in filigrana.

Quest’antica usanza, si è tramandata fino ad oggi. Durante i matrimoni, ad esempio, è possibile ammirare pani cerimoniali intagliati e decorati con simboli ispirati alla natura: fiori, colombe, spighe e rose.

Si tratta di veri e propri capolavori d’arte, che grazie al trattamento che gli viene applicato, riescono a mantenersi intatti nel corso degli anni.

Il compito di confezionare il pane veniva e viene tutt’oggi affidato alle abili e sapienti mani delle donne, che attraverso la creazione di vari tipi di pane, scandivano il tempo e davano ordine alle giornate.

Ancora oggi, sull’isola si producono molti tipi di pane, ma certamente quello più conosciuto è il pane carasau, quella sottile sfoglia di farina di grano duro, resa croccante dalla cottura nel forno a legna.

C’è infine un pane che racconta la storia dei sardi, quello più antico; è su Pistoccu, una sfoglia di farinadi grano duro, più spessa del pane carasau, che per essere consumata va bagnata nell’acqua.

I pani prodotti in Sardegna sono circa 1000.

 

Angolo diVino (post 3)


Dalla Gallura alla valle del Tirso, abbiamo viaggiato tra botti di rovere, tappi di sughero e freshe cantine. Siamo giunti alla nostra quinta tappa.

Questa volta abbiamo scelto un vino rosè, per accontantare i raffinati gusti delle signore e per incuriosire i palati più decisi degli uomini.

Siamo a Serdiana, nel cagliaritano e il nostro vino dal nome raffinato ed elegante, che si sposa bene con il suo carattere, si chiama Chiaro di Stelle – Cantine Pala.
Monica, Carignano e Cannonau sono le uve che ne denotano profumo e sapore.

Compagno ideale di un antipasto a base di straccetti di agnello fritti, impanati in uovo e sesamo abbinati a un contorno di carciofi tagliati sottili e passati in padella con aglio, olio e prezzemolo.

La sesta tappa ci porta sui dolci colli di Usini, nel sassarese le cui campagne godono di sole e di una leggera brezza proveniente da un mare non troppo lontano.
Il nostro vino è un rosso, detto Cagnulari, della cantina di Giovanni Cherchi. Vino ottenuto in purezza da uve cangnulari, si accosta bene a carni rosse, zuppe e formaggi di media stagionatura.

Ideale in abbinamento a quella che in Gallura chiamano Zuppa Cuata, della quale abbiamo già fornito la ricetta.

Frittelle di carnevale, qui le facciamo così…


Adulti e bambini si mascherano e per un giorno si trasformano nell’eroe dei sogni e nella principessa amata, il vento solleva in aria coriandoli colorati che si infilano tra i capelli dei passanti e i più piccoli si inzuccherano il viso con frittelle ancora fumanti.

Le frittelle sono di certo il dolce più tipico del carnevale. In Gallura prendono il nome di frisjoli longhi (frittelle lunghe), data la loro forma.
Ecco la ricetta delle frittelle galluresi:
250g di semola rimacinata di grano duro
250g di farina00
500ml di latte intero
25g di lievito di birra(un panetto)
scorza grattuggiata di due limoni e un’arancia
1 cucchiaio di zucchero
mezzo bicchiere di anice o di acquavite

Intiepidite il latte, mettendone un po’ in un pentolino da parte per  sciogliere il lievito.
Il resto aggiungerlo un po’ alla volta alla farina e allo zucchero (man mano che si lavora l’impasto). La lavorazione è fondamentale!L’impasto deve essere lavorato con un mestolo di legno dall’alto  verso il basso. Aggiungete tutti gli ingredienti che restano e continuate a  lavorare finchè la pasta non è abbastanza elastica.
Fare lievitare per circa 45 minuti coprendo la terrina con un panno in un luogo tiepido.

Scaldare l’olio d’oliva in un tegame capiente.
Mettere qualche mestolo di pasta in una sac a poche (le nostre nonne si  cucivano un tovagliolo apposta per le frittelle oppure usavano un imbuto  di media grandezza al quale tagliavano la parte inferiore).

Far scendere la pasta, in modo uniforme, formando una spirale.
La lavorazione è piuttosto faticosa e soprattutto per friggerle è meglio  essere in due.
Disporre le frittelle in un vassoio e cospargerle di zucchero  semolato. Li frisjoli longhi venivano preparate in occasione del carnevale ed  accompagnate da un buon moscato dolce, lu muscateddu.

Pasta fresca sarda, le Lorighittas


Carichi di entusiasmo, siate viaggiatori curiosi, lasciate tra le riviste negli scaffali della agenzie di viaggio tutte le aspettative di una Sardegna fatta di Vip e yacht luccicanti. Lasciate che il vostro viaggio sia un insieme di profumi, sapori ed emozioni che restino un indelebile ricordo di un’estate in Sardegna.

Sembrano anellini di corda e si dice che siano la fedele riproduzione di un paio di orecchini di filigrana, si chiamano Lorighittas.
Un solo paese in tutta l’isola, Morgongiori, custodisce gelosamente l’arte di intrecciare questi piccoli e preziosi gioielli di pasta.

Vengono realizzati interamente a mano e conditi con salsa di pomodoro e capretto, ma le lorighittas sono deliziose anche con il pesce, ad esempio con un condimento allo scoglio o con cubetti di pesce spada, melanzane e pomodorini.

La lavorazione è lunga e lenta, per questo raggiungono un prezzo che si aggira intorno ai 15 € al kg, ma se passete da queste parti, non potrete andar via senza averle assaggiate.

Angolo diVino (post 2)


Eccoci qua! Proseguiamo il nostro viaggio diVino.
La volta scorsa avevamo fatto tappa nella Valle del Tirso, zona Cabras e in Gallura, vicino Arzachena. Cosa vi proponiamo questa volta?
Subito detto!

La terza tappa del nostro viaggio sarà Alghero, una delle città più belle della Sardegna, che con i suoi bastioni sul mare regala una vista mozzafiato a chi lancia lo sguardo verso l’orizzonte.
Il dialetto, qui, è il catalano e tra i vicoli del suo centro storico si trovano ancora le indicazioni in doppia lingua.
La cordialità e l’ospitalità dei locali, rendono la visita ancor più piacevole.

Qui si produce il rosso Tanca Farrà, tra i vigneti Cabernet e Cannonau, profumato e deciso, consigliamo di servirlo dopo averlo fatto ossigenare almeno 1 ora.

Ottimo compagno di piatti di carne e sopratutto ideale a fine pasto con formaggi stagionati e a pasta dura, uno tra tutti l’OvinSardo, una specie di gorgonzola, realizzata con latte di pecora, perfetto se accompagnato da pane ladu di Perfugas, che qui chiamiamo comunemente fresa o spianata.

Ci spostiamo di qualche km e facciamo tappa ancora una volta a nord dell’isola, dove viene prodotto un ottimo Vermentino di Gallura.
Si tratta di un vino bianco color giallo paglierino, dal profumo delicato e dal sapore morbido e capace di soddisfare i palati più esigenti.

Si sposa bene con un’insalata di carciofi crudi, tagliati sottili e lasciati macerare qualche minuto con un pò di succo di limone, scaglie di bottarga, pere e grana sardo; un’aggiunta di olio, sale e pepe nero quanto basta.
Credeteci, una vera e propria delizia!

L’artigianato sardo e la filigrana


Pizzi, merletti, gilet e ampie gonne, un insieme di stoffe colorate che cadono morbide sui fianchi delle donne e profili decisi e scuri negli abiti degli uomini, capaci di esprimere tutto l’orgoglio e il senso di dignità che caratterizza l’uomo sardo.

Ogni paese e ogni città in Sardegna ha confezionato nel corso del tempo il proprio abito tradizionale, che rispecchia più di ogni altra cosa la ricchezza del luogo e che all’occhio dello straniero si manifesta come un’opera d’arte.

I gioielli di filigrana che arricchiscono i costumi, sono accessori di estrema importanza ed emblema di femminilità, che ancora oggi vengono indossati da giovani donne, sia per la loro cura nei dettagli, sia per un senso di appartenenza a questa terra.

È piacevole notare come sas corbulas (orecchini simbolo di prosperità) o una fede sarda, facciano parte di quel lungo elenco di souvenir che i turisti mettono in valigia, come prezioso ricordo di una vacanza estiva in Sardegna.